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USA, Cuba e democrazia

USA, Cuba e democrazia
di William Blum
Per gli Usa “democrazia” equivale solo a "elezioni". Lavoro, cibo e diritto alla casa non rientrano nell’equazione
Sotto l’amministrazione Clinton, il concetto è stato ripetuto in così tante occasioni dal presidente e dagli altri leader politici – e debitamente ripreso dai media – che la tesi “Cuba è l’unica non-democrazia nell’emisfero occidentale” è divenuta una verità incontrovertibile.

Esaminiamo con attenzione questa tesi perché contiene implicazioni estremamente interessanti.

Durante il periodo della rivoluzione cubana, dal 1959 ai giorni nostri, l’America Latina è stata testimone di una terribile serie di violazioni dei diritti umani – tortura ordinaria e sistematica; intere legioni di ‘desaparecidos’; squadroni della morte sostenuti dai governi che eliminavano uno dopo l’altro individui scelti; massacri di massa di contadini, studenti e altri gruppi, uccisi a sangue freddo. I peggiori esecutori di azioni di questo tipo, durante tutto o parte di questo periodo, sono stati i governi e gli squadroni paramilitari a essi associati di El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perú, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras.

Nemmeno i peggiori nemici di Cuba hanno mai accusato il governo di Castro di alcuna di queste violenze, e se consideriamo l’istruzione e la sanità – entrambi garantiti dalla “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” delle Nazioni Unite e dalla “ Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e le Libertà Fondamentali” – settori in cui Cuba ha abbondantemente raggiunto la vetta o quasi in America Latina, allora è chiaro che negli oltre 40 anni di rivoluzione, Cuba ha registrato uno dei migliori traguardi per quanto riguarda i diritti umani in tutta l’America Latina.

Se, nonostante questo traguardo, gli Stati Uniti insistono nel dire che Cuba è l’unica “non democrazia” nell’emisfero occidentale, non possiamo fare altro che trarre l’inevitabile conclusione che quella cosa che chiamiamo “democrazia”, vista dall’ottica della Casa Bianca, non ha nulla o quasi a che vedere con molti dei nostri tanto decantati diritti umani.
Effettivamente, le innumerevoli dichiarazioni rilasciate negli anni dalla leadership di Washington fanno capire chiaramente che la “democrazia”, nel migliore o nella maggior parte dei casi, equivale solamente a elezioni e libertà civili. Nemmeno il lavoro, il cibo e la casa rientrano nell’equazione.

Di conseguenza, una nazione con orde di persone affamate, senza casa, malate e senza assistenza, poco alfabetizzate, disoccupate e/o torturate, i cui cari sono stati fatti sparire e/o assassinare con la connivenza dello stato, può dire di vivere in “democrazia” – il significato letterale dal greco “governo del popolo” implica che questo è lo stile di vita che la gente vuole –, ammesso che ogni due o quattro anni abbia il diritto di andare in un luogo ben preciso e mettere una X vicino al nome di un individuo piuttosto che di un altro che promette di alleviare la loro condizione miserabile ma che, in pratica, non farà niente di tutto ciò.

E questo ammettendo, inoltre, che in questa società vi sia almeno un minimo di libertà – la sua quantità dipende in larga misura dalla ricchezza del singolo – per esprimere le proprie idee in merito al potere in carica e all’operato della società, senza paure irrazionali di punizioni, e senza curarsi del fatto che esprimere queste idee abbia una qualunque influenza sul modo in cui stanno le cose.

Non è un caso che gli Stati Uniti abbiano definito la democrazia in una maniera tanto ristretta.

Durante la guerra fredda l’assenza di elezioni “libere e oneste” tra più partiti e di libertà civili adeguate era ciò che connotava il nemico sovietico e i paesi satelliti. Queste nazioni fornivano comunque ai cittadini uno standard di vita relativamente decente, che comprendeva lavoro, cibo, assistenza medica, istruzione, ecc., senza l’onnipresente tortura brasiliana o gli squadroni della morte del Guatemala.

Allo stesso tempo, molte delle nazioni povere alleate dell’America nella guerra fredda – membri di quello che Washington ama chiamare ancora “Il Mondo Libero” – erano aree disastrose per i diritti umani, e che si potevano vantare di essere una democrazia e di essere tolleranti verso le opinioni divergenti, fintanto che queste non arrivassero troppo vicino all’osso o minacciassero di trasformarsi in un movimento.

Naturalmente, l’unico modo per vincere i punti della propaganda della Guerra Fredda con schieramenti di squadra come questi, era quello di glorificare il marchio di virtù di se stessi e maledire la sua mancanza da parte del nemico, definendo il primo come “democrazia” e il secondo come “totalitarismo”.

Inutile dirlo, le libertà civili e le elezioni non prendono alla leggera le qualità dell’umanità. Moltissime persone hanno subito torture e sono morte durante questa ricerca. E nonostante il paraocchi della guerra fredda, che ancora oggi limita la visione statunitense di quella cosa chiamata democrazia, ci sarebbe ancora ampio credito per Washington se di fatto, nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, avesse usato la sua posizione predominante nel mondo, il suo status schiacciante di “superpotenza”, per diffondere queste qualità – per agire come infallibili campioni globali di elezioni libere e belle, pluralità di partiti, stampa libera, movimento di lavoratori liberi, habeas corpus, e altre icone di libertà civili. I precedenti storici, comunque, indicano la posizione opposta.

Le due potenze della guerra fredda hanno presentato al mondo facce disoneste. La linea di partito dell’Unione Sovietica ha regolarmente glorificato “le guerre di liberazione”, “l’antiimperialismo” e “l’anticolonialismo”, anche se Mosca ha fatto ben poco per contribuire di fatto al successo di queste cause, nonostante la propaganda americana. I sovietici hanno tratto giovamento dall’immagine di campioni del Terzo Mondo, ma facevano poco oltre a “tsk, tsk” mentre i movimenti e i governi progressisti, anche i partiti comunisti, in Grecia, Guatemala, Guiana inglese, Cile, Indonesia, Filippine e altrove finivano al muro con la complicità americana.

Allo stesso tempo, le parole “libertà” e “democrazia” prorompevano liberamente come di consueto dalla bocca dei leader americani, mentre la politica americana sosteneva le dittature. Sarebbe difficile nominare una brutale dittatura di destra della seconda metà del ventesimo secolo che non sia stata supportata dagli Stati Uniti – non solo sostenuta, ma spesso elevata e mantenuta al potere contro i il volere della popolazione.

Come hanno dimostrato numerosi interventi, il motore della politica estera americana è stato alimentato non dalla devozione alla democrazia, ma dal desiderio di:
1) rendere il mondo sicuro per le corporation transnazionali americane;
2) accrescere gli estratti conto finanziari degli imprenditori della difesa in patria;
3) evitare l’ascesa di qualsiasi società che potesse servire come esempio alternativo al modello capitalista;
4) estendere l’egemonia politica ed economica sul maggior numero di aree possibili, come si addice a una “grande potenza”;
5) combattere una crociata morale contro quello che, come i combattenti della guerra fredda convinsero se stessi e il popolo americano, potesse essere una Cospirazione Internazionale Comunista del Male.

Durante gli ultimi cinquanta anni, nello sforzo di creare un mondo popolato da governi compatibili con questi scopi, gli Stati Uniti hanno – a parte una monumentale cascata di parole – dato scarsa priorità a quella cosa chiamata democrazia.

William Blum in Italia ha pubblicato "Il libro nero degli Stati Uniti" (Fazi, 2003) e "Con la scusa della libertà" (Net, 2005)

Fonte: http://www.globalpolitician.com/articles.asp?ID=421
Traduzione di Elena Mereghetti


Data creazione : 02/04/2005 . 10:34
Ultima modifica : 02/04/2005 . 10:34
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Pagina letta 1544 volte


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