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CUBA, LA DOPPIA MORALE DELL'EUROPA di Gianni Minà Questa è la storia dell'impossibilità di Cuba di essere giudicata come qualunque altra nazione, perfino da quei mondi che definiamo di sinistra. Ed è anche la storia del suo attuale momento, più difficile e pericoloso di sempre, per la sua maledetta abitudine a non compiacere i governi degli Stati Uniti e, ora più che mai, influenzare, in modo insopportabile per il governo di Washington, gli aneliti di indipendenza che stanno cambiando la politica e forse il futuro dell'America latina rispetto al grande vicino del nord. “Quel cambiamento - come ha rilevato recentemente il Nobel per la pace Perez Esquivel – che l'Europa proprio non vuole né cogliere, né capire”.
Eppure il tentativo di affamare l'isola diminuendo della metà il flusso dei dollari che dagli Stati Uniti venivano inviati ai parenti a Cuba è sembrato finalmente una iniziativa esagerata e troppo repressiva perfino per molti congressisti repubblicani e per la parte più sensata degli anticastristi di Miami, al punto che, ora, Bush probabilmente dovrà cambiare linea. Ma la legge che inasprisce fino ai limiti più estremi dei diritti delle persone le sanzioni contro Cuba varate a maggio da Gorge W. Bush per ingraziarsi la comunità cubana della Florida (che gli aveva assicurato in modo “rocambolesco” l'elezione nel 2000) non ha toccato le coscienze di molti democratici italiani, dai vecchi radicali ai nuovi presunti riformisti, che dicono di far politica di progresso in Italia o nel vecchio continente. Le 450 pagine, divise in sei capitoli, che, fra l'altro, limitano, come detto, la possibilità di inviare rimesse da parte dei cubani nordamericani ai familiari più stretti nell'isola e che annunciano l'incremento delle campagne internazionali di discredito contro Cuba, non hanno sfiorato la coscienza nemmeno di molti dei giornalisti che disinvoltamente maneggiano la questione “diritti umani”, come per esempio gli autonominati Reporters sans frontiéres . Per questo gruppo di pressione, non sempre trasparente riguardo all'ostilità verso Cuba, l'Onu, recentemente, ha messo in atto un processo di espulsione dal ruolo di entità consultiva per “atti incompatibili con i principi e gli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite”. Non c'è da sorprendersi perché alcuni di questi giornalisti a comando sono gli stessi, senza frontiere di pudore, che avevano eluso, nel loro rapporto annuale del 2003, le disinvolte imprese del governo Bush in Iraq e nel mondo e avevano ignorato il plateale tentativo di destabilizzazione messo in atto dal Dipartimento di stato americano verso Cuba quando ha dotato il nuovo responsabile dell'ufficio di interessi Usa all'Avana, James Cason, di un budget di 53 milioni di dollari l'anno (recentemente rinnovato per altre due stagioni) per “costruire una opposizione interna alla revolucion cubana”. Insomma, per comprare una presunta democrazia per l'isola a colpi di 5-10mila dollari a botta. Sono notizie imbarazzanti, non solo per i dissidenti autentici, ma anche per chiunque non abbia una doppia morale. Perché si fanno beffe del diritto di autodeterminazione dei popoli, e segnalano, da parte degli Usa, un progetto così dichiaratamente repressivo verso chi, come Cuba o il Venezuela, o i movimenti indigeni della Bolivia, dell'Ecuador e del Perù, si opponga alle strategie politico-economiche di Washington, da fare impallidire perfino le illiberalità del regime dell'isola. Oltretutto sono atti e sanzioni che potrebbero essere riservate, nel prossimo futuro, anche a Brasile e Argentina se diventassero anch'esse due nazioni “disubbidienti” alle intimazioni del Fondo Monetario e della Banca Mondiale, o al richiamo dell'ALCA (il trattato di libero commercio continentale voluto a tutti i costi dagli Usa) come è possibile debbano fare, a breve, per sopravvivere. Ed è forse per questo che la trasformazione del paese da parte di Lula cammina piano. Lo ha detto lo stesso Frei Betto, consigliere del presidente del Brasile e responsabile del progetto Fame zero: “La nostra non è stata una rivoluzione, ma una svolta democratica ed ha quindi, inevitabilmente, nel bene e nel male, i tempi lenti di una democrazia appena conquistata”. Ma questo panorama complesso, questa storia di popoli che vogliono sopravvivere al neoliberismo, non interessa molte di quelle forze politiche, come per esempio i Ds, che l'anno scorso appoggiarono l'azione di Aznar e Berlusconi alla Comunità Europea perché fossero varate perfino delle sanzioni culturali contro Cuba, dopo che gli “investimenti” del Dipartimento di Stato avevano prodotto tre dirottamenti aerei in due settimane e il sequestro del ferry boat di Regla (nella baia dell'Avana) ai quali il governo di Fidel Castro aveva risposto brutalmente con la fucilazione di tre degli undici sequestratori dell'imbarcazione. Era chiaro fin da allora che simili strategie non potevano essere opera di semplici “dissidenti”, come proprio alcuni organi di stampa nordamericani, hanno ben presto rivelato segnalando che le “azioni terroristiche” previste, prima del duro giro di vite deciso dal governo dell'Avana, erano addirittura sedici. Questo non giustifica certo le fucilazioni decise l'anno scorso all'Avana dopo quattro anni di rispetto della moratoria sulla pena di morte, ma spiega almeno il contesto e il clima di timore in cui erano state decise. Fu il sottosegretario Baccini dell'Udc, e non purtroppo qualcuno della sinistra a segnalare in quel frangente che “non è certo interrompendo i rapporti culturali che si aiuta un paese ad aprirsi verso una democrazia più compiuta”. Ma Aznar (che aveva avuto come Bush jr. e come Clinton un pezzo di campagna elettorale pagato dagli anticastristi di Miami) e Berlusconi tirarono dritto, forti dell'appoggio di chi si proclama socialdemocratico. E lo stesso fece la Comunità Europea, creando i presupposti della illegale e pericolosa situazione attuale, dove Bush e il suo imbarazzante apparato hanno già cominciato, come fecero per l'Iraq, la campagna di persuasione per giustificare un domani qualunque intervento su Cuba (e anche sul Venezuela e la Bolivia), arrivando addirittura grottescamente ad accusare la revolucion di essere connivente nel traffico della prostituzione, anche giovanile, dimenticando però di spiegare perché il governo di Washington non ha mai risposto al questionario del relatore speciale dell'Onu sulla situazione del commercio di minori e non ha mai sostenuto il trattato contro la pedofilia e gli abusi sessuali. Forse perché gli Stati Uniti, come tutti sanno, sono leaders incontrastati nella produzione e nella distribuzione di video, film, materiali e fotografie di questo mercato, per un giro d'affari di milioni di dollari. In un continente dove i bambini sono in vendita interi o a pezzi, per il fiorente traffico di organi verso il nord del mondo, Cuba, pur con tutte le sue contraddizioni, errori, integralismi, è un'eccezione, non solo per il drammatico presente dell'America latina, ma anche per la disarmante realtà di tutto il sud del mondo. “Questa notte 200 milioni di bambini dormiranno per le strade del pianeta. Nessuno di loro è cubano.” ha ricordato ancora Frei Betto nel suo libro Gli dei non hanno salvato l'America (Sperling & Kupfer Ed.) , citando un cartello non smentibile che dà il benvenuto al viaggiatore in arrivo all'aeroporto dell'Avana. “Non vale nulla tutto questo? – si chiede Betto - E come faccio a parlare di diritti umani coi cubani se nel continente latinoamericano milioni di persone non hanno ancora conquistato i ‘diritti animali': avere una casa per ripararsi dal sole e dalla pioggia, sperare di potersi sfamare tutti i giorni, sperare di poter curare i propri figli se si ammalano?” Il problema di difendere il diritto di Cuba all'autodeterminazione e a non essere cancellata dalla prepotenza del più forte, non per i suoi errori, ma per i suoi meriti, si pone quindi in tutta la sua complessità ed è, innanzi tutto, un problema etico, come avrebbe affermato Enrico Berlinguer, che fu l'ultimo segretario dell'ex Pci italiano ad andare in visita ufficiale a Cuba, alla metà degli anni '80. La revolucion e il Pci, in verità non avevano mai avuto un rapporto idilliaco. I nostri, come sempre, pontificavano, e i cubani, come mi ha raccontato una volta Jesus Montané (fra i primi a insorgere contro la dittatura di Fulgencio Batista e della mafia nordamericana) si chiedevano invece “in base a quale merito potessero insegnar loro come ribellarsi e difendersi dalla politica imperialista della Casa Bianca”. Ma Berlinguer seppe capire e mediare un nuovo rapporto franco, specie apprendendo che, solo pochi anni prima, un presidente nordamericano etico e senza pregiudizi, Jimmy Carter, aveva messo in marcia una possibile storica pace con Fidel Castro e la rivoluzione, sfumata soltanto perché nel 1980 Reagan lo aveva battuto alle elezioni. Una sconfitta dovuta anche ai maneggi messi in moto da Bush padre, ex capo della Cia, che, aiutato dalla famiglia di Bin Laden, all'epoca partner nella sua società petrolifera, era riuscito a convincere l'Iran degli ayatollah, ufficialmente indicato come nemico e terrorista, a rilasciare, con qualche settimana di ritardo, alcuni cittadini degli Stati Uniti sequestrati, per far crollare la credibilità e il prestigio di Carter e fargli perdere le elezioni. Come puntualmente avvenne. Con Reagan la guerra a Cuba ritornò “sporca”. Furono incrementati in tutto il mondo i Comitati per i diritti umani a Cuba. In Europa, ce n'era uno in ogni capitale, pagato dal National endovement for democracy, un organismo che era diretta diramazione della Cia ed era prodigo nella distribuzione di denaro, e nella produzione di dissidenti. In Italia aveva la sua sede a Mondo Operaio, nell'orbita del socialismo riformista di Craxi. Adesso ha solo cambiato padrini, sempre nella cosiddetta area riformista. Nessuno si imbarazza perché lo stesso trattamento riservato a Cuba non riguarda, per esempio, la “macelleria” Colombia di Uribe, il gigante Cina dei due-tre mila fucilati l'anno, il Guatemala delle tremila fosse comuni e del genocidio impunito, o la Russia di Putin che spiana la Cecenia e fa 250 mila vittime nel silenzio generale. Cuba ha commesso tanti peccati, ma non di questa portata, eppure la sua sopravvivenza orgogliosa, come ha scritto Galeano, non si perdona. Tremila desaparecidos negli Usa per le leggi anti terrorismo non fanno notizia, così come l'abolizione dell' habeas corpus o le 45 pagine di condanna agli Stati Uniti dell'Alto Commissario Onu per i diritti umani per “uccisioni arbitrarie, torture, trattamenti disumani di detenuti da parte dell'esercito nordamericano in Iraq”. Un'informazione pubblicata dal Manifesto in prima pagina sabato 5 giugno, ma assente nelle pagine del Corriere della Sera e di Repubblica , malgrado si trattasse, come ha sottolineato il commissario Bertrand Ramcharan, di “azioni che potevano essere giudicate come crimini di guerra da un tribunale competente” e che spiegano perché il governo degli Stati Uniti non firma e non firmerà mai l'adesione al Tribunale internazionale per i diritti di lesa umanità. Una volta in tv qualcuno mi ha detto che questo modo di ragionare si chiamava “altrismo”. Io penso invece che la condivisione dell'accanimento contro Cuba riveli ipocrisia e doppia morale. C'è qualcuno a sinistra che sente il dovere di opporsi alle nuove inquietanti iniziative di Bush jr. verso Cuba evitando ulteriore sofferenza, indigenza, insicurezza a migliaia e migliaia di persone? E c'è qualcuno a sinistra che almeno si vuol far carico, per etica, dell'esigenza di giudicare Cuba con lo stesso metro usato per tutte quelle nazioni che definiamo “democratiche” solo perché sono convenienti ai nostri interessi economici o politici?
Data creazione : 27/12/2004 . 21:35
Ultima modifica : 19/01/2005 . 15:08
Categoria :  Storie di un paese libero
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